Associazione Amici di Stefano Ciceri
La notte a Wau trascorre tranquilla. C’è abbastanza silenzio; qua e là, si sente il vociare sommesso dei pazienti che si apprestano a coricarsi sulle stuoie nei pressi del reparto dove è ricoverato un parente. Piano piano, si fa il silenzio…
Fino a quando, alle 2:30, squilla il telefono: è Marianna.
«Luca, c’è una mamma in gasping per shock emorragico…»
Qui capita, come capita in Italia. Però c’è una differenza cruciale: qui manca il sangue.
Il marito, andato via da poco, lo richiamiamo. Gli spieghiamo che serve sangue e ne serve tanto. Lui: «Vado nella mia comunità e cerco…»
Intanto, passa il tempo. La donna ha due possibilità: morire lì, dopo aver dato alla luce i suoi due pargoli, oppure andare in sala operatoria, comunque.
Esco dalla maternità per prepararmi ad andare in sala, per aiutare Marianna. Ad accogliermi, trovo qualche stella ed il silenzio. Non c’è tempo.
Ore 6:30. La donna si sta risvegliando dall’intervento. Non c’è ancora traccia dei donatori. Abbiamo usato molte sacche; la riserva dell’ospedale sta finendo. SERVE SANGUE.
Il tutto mi riporta ad anni fa, quando anche in Italia mia sorella ebbe lo stesso problema.
Ok, la donna si sta risvegliando. Non è brillante, ma è viva. Serve ancora sangue… Però, è viva.
E io posso andare a comprare il pane per Cristiana, che ho tirato giù dal letto alle 3:30, nel caso fossero arrivati i donatori.